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Neapolis fu fondata da coloni cumani, che si stabilirono
in un primo momento a Partenope, l’attuale Monte Echia o Pizzofalcone,
già abitata da fenici e poi, nel VII sec. a.C. insediamento rodiese.
Abbandonato, successivamente, il sito originario, che fu chiamato perciò
Palepoli, cioè città vecchia, fu fondata, verso il 470 a.C., la
città nuova: Neapolis.
Essa accolse via via nuove genti e, alla caduta di Cuma ad opera dei Sanniti,
i profughi cumani.
La città fu costituita da decumani e cardini (questi furono i nomi adottati
in epoca romana), cioè strade che si intersecano in maniera ortogonale.
Tale sistema era detto ippodameo da Ippodamo di Mileto, architetto greco del
V sec. a.C. che sembra aver inventato questo tipo di struttura urbana.
Assediata dai romani, fu, infine, da essi conquistata nel 328 a.C. e divenne
alleata di Roma. Fu nel 90 a.C. municipio, quindi colonia all’epoca di
Claudio.
Anche durante la dominazione di Roma, Napoli conservò usi e tradizioni
greche, nonché l’impiego della lingua greca.
Per questo motivo i romani, sempre attratti dai costumi greci, oltre che per
il clima mite, si insediarono sempre più numerosi a Napoli, facendo della
città, e di alcuni siti vicini, come Baia, un centro in cui risiedere
era molto ambito.
Molti personaggi ricchi e famosi fecero costruire sontuose residenze lungo le
coste, nel centro vero e proprio, a Posillipo e a Baia.
La città era cinta da mura possenti, la tradizione vuole che nemmeno
Annibale riuscisse a penetrare all’interno della città, desistendo,
poi, dall’assedio.
Resti della Napoli greco-romana nella città attuale sono poco evidenti:
il più imponente esempio di ingegneria è costituito da quello
che viene chiamato col nome di “Napoli sotterranea”, che è
formato dal sistema di acquedotti e cisterne che, costruiti in epoca greca,
e ampliati, via via, in epoche successive, permisero, alla fine, di rifornire
di acqua, non solo la città, ma perfino la flotta imperiale ancorata
a Miseno. Quest’insieme di condotti, in parte visitabili, sono stati utilizzati
fino al secolo scorso.
Altri esempi di architettura greco-romana sono riscontrabili nella zona del
centro antico: nella via Anticaglia si notano archi di mattoni, costituenti
parte dell’antico teatro greco. Presso il Duomo sono visitabili resti
di costruzioni di epoca romana.
Nella zona dei Campi Flegrei, invece, sono più evidenti costruzioni di
epoca antica e veri e propri siti archeologici di rilievo mondiale: Cuma, l’anfiteatro
di Pozzuoli, le terme di Baia, per citare solo alcuni dei siti più importanti.
La Crypta Neapolitana, situata alle spalle della chiesa di Piedigrotta, presso
quella che la tradizione, già dal Medioevo, considerava essere la tomba
del poeta Virgilio, scavata nel tufo e lunga più di settecento metri,
fu edificata nel periodo repubblicano dall’architetto Cocceio.
Quest’ultimo è, probabilmente, l’autore anche dell’altra
grotta, detta di Seiano, che collega Posillipo, come già detto zona in
cui sorgevano numerose dimore patrizie, con l’attuale Coroglio; permettendo,
così, un più agevole tragitto a quanti erano diretti a Pozzuoli
e al suo porto.
La Crypta Neapolitana, invece, fu costruita per migliorare le comunicazioni
tra la città di Napoli e l’area flegrea. Essa fu utilizzata fino
alla fine dell’Ottocento.
Come già accennato, sin dall’epoca della Repubblica, ma ancor più
durante l’Impero, numerosi personaggi illustri si stabilirono lungo le
coste del golfo: i romani amavano le terme e nessun luogo come Napoli, soprattutto
la zona dei Campi Flegrei, offriva la presenza di fonti termali naturali che
crebbero di notorietà nei secoli, diventando luoghi di cura e vacanza
per uomini politici e intellettuali. Cesare, Cicerone, Lucullo ebbero qui le
loro dimore; questi luoghi, celebrati da Virgilio nell’Eneide, divennero
sempre più celebri e sfarzosi, nel lusso delle ville e nella suggestione
dell’ambiente naturale.
A Posillipo vi era la villa di Publio Vedio Pollione, uomo ricchissimo, molto
legato ad Augusto.
Questi fece costruire la sua dimora napoletana adattandola all’ambiente
naturale della collina di Posillipo, anche il teatro annesso alla villa fu costruito
adeguandolo alla pendenza naturale della collina.
Nel 476 fu imprigionato sull’isoletta di Megaride (dove più tardi
sarebbe sorto il Castel dell’Ovo) Romolo Augustolo, ultimo imperatore
romano d’Occidente.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, l'imperatore d'Oriente Giustiniano
inviò il suo esercito, guidato dal generale Belisario, per conquistare
la città. I bizantini riuscirono a conquistare Napoli penetrando attraverso
l'acquedotto. Qualche anno dopo gli Ostrogoti entrarono in città, ma
successivamente essi furono scacciati dai Bizantini che, a partire dal 553,
permisero alla città un notevole sviluppo, tanto da poter resistere ai
ripetuti attacchi dei Longobardi e rappresentare una testa di ponte del potere
di Bisanzio nella penisola italiana.
Fu così possibile per i napoletani ottenere una certa autonomia da Bisanzio,
insieme al diritto di nominare essi stessi il proprio duca.
I legami tra Napoli e Bisanzio si fecero,via via, sempre meno forti, finché
nel 763 il duca Stefano dichiarò il ducato di Napoli indipendente dall’Impero
bizantino. All’indipendenza seguì un periodo molto florido per
la città; il centro si spostò da quella che era stata l’agorà
greca e, successivamente, il foro romano, cioè l’area attualmente
compresa tra le chiese di San Paolo Maggiore e San Lorenzo Maggiore, al cosiddetto
colle di Monterone, cioè la zona corrispondente alla chiesa dei SS. Severino
e Sossio e all’Archivio di Stato. Purtroppo di quello che dovette essere
il palazzo ducale non resta alcuna traccia.
Nel 1139 i Normanni, con Ruggiero II, conquistarono la città.
Questi era stato incoronato re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua
a Palermo nel 1130, realizzando, così, uno stato monarchico unitario
nell’Italia meridionale.
Fu Guglielmo I (detto il Malo), che regnò dal 1154 al 1166, a dare inizio
alla costruzione di Castel Capuano, creato come dimora regale, per essere poi
adibito, molti secoli dopo, a tribunale.
Quando, alla morte di Guglielmo II (detto il Buono) nel 1189, Enrico VI di Svevia
intraprese la conquista del regno meridionale, Napoli si schierò col
suo rivale Tancredi; ma fu conquistata dallo svevo nel 1194.
Arriviamo al 1197, anno della morte di Enrico VI, per vedere, poi, comparire
un’altra figura sulla scena napoletana: Federico II.
Nel 1220 Federico II viene incoronato imperatore e rientra nei territori del
regno meridionale per riportare l’ordine nel caos succeduto alla morte
di Enrico VI; egli riformò le strutture dello stato, fu un uomo colto,
accolse a corte poeti, scienziati e, per quel che riguarda la città di
Napoli, fondò l’Università nel 1224.
Alla morte di Federico II, nel 1250, vi fu il tentativo di riconquista del regno
da parte del suo figlio naturale Manfredi; ma la discesa in Italia di Carlo
d’Angiò, e la vittoria di quest’ultimo nella battaglia di
Benevento (1266), portò all’ingresso a Napoli degli Angioini.
Molti luoghi della città sono legati agli Angioini: dal Castel Nuovo,
così detto per distinguerlo della vecchia residenza reale di Castel Capuano,
alla chiesa del Carmine e alla piazza Mercato, testimoni della tragica storia
della decapitazione di Corradino di Svevia, nipote di Federico II, nonché
ultimo pretendente al trono della casa di Svevia, messo a morte il 29 ottobre
1268.
Carlo d'Angiò fu un sovrano saggio: favorì il commercio, protesse
gli artisti e i letterati e abbellì la città facendo costruire
nuove chiese e una nuova reggia.
Arrivato in città, nel 1266, Carlo d’Angiò trovò
inadeguata la reggia di Castel Capuano, volle, così, costruirsi una nuova
residenza fuori le mura, verso il mare. Fu destinata a tale scopo l’area
detta Campus oppidi, la zona in cui oggi sorge piazza Municipio.
I lavori di costruzione del Castel Nuovo, o, come fu poi chiamato, Maschio Angioino,
furono affidati agli architetti francesi Pierre de Chaulnes e Pierre d’Angicourt,
anche se il Vasari attribuisce l’opera a Giovanni Pisano.
Il castello era diverso da come lo vediamo noi oggi, già i successori
di re Carlo fecero compiere lavori di modifica e ampliamento. Roberto d’Angiò
fece affrescare la Cappella Palatina da Giotto, ma purtroppo nulla resta oggi
dell’opera del grande artista.
Tutta l’area attorno al Castel Nuovo ebbe un notevole sviluppo: durante
il dominio angioino la città si allargò in quest’area, creando
anche i presupposti per lo sviluppo del porto, con quello che sarebbe poi stato
chiamato molo angioino.
Notevoli furono le chiese gotiche costruite in questo periodo: da San Lorenzo
Maggiore a Santa Chiara.
A re Carlo I successe Roberto d'Angiò, questi regnò dal 1309 al
1343. Anche questo sovrano fu protettore di letterati e raccolse una notevole
quantità di libri.
Alla sua morte salì al trono la nipote Giovanna (Giovanna I d'Angiò).
L'assassinio, forse voluto dalla regina, del principe consorte, Andrea d'Angiò,
fratello di re Luigi d'Ungheria, spinse quest'ultimo a muovere alla volta di
Napoli a capo del proprio esercito.
Re Luigi d'Ungheria saccheggiò la città e fece giustiziare i sospettati
dell'uccisione del fratello, poi ritornò al suo paese.
La regina Giovanna designò come suo erede Carlo di Durazzo e, poi, Luigi
d'Angiò. Carlo di Durazzo si impadronì del regno nel 1371 e fece
uccidere la regina.
Alla morte di Carlo vi furono anni di dure lotte per la successione. Alla fine
Giovanna, sorella di Ladislao, il quale era figlio di Carlo e fu incoronato
re a quindici anni, ma morì a soli trentotto anni, divenne a sua volta
regina (Giovanna II d'Angiò Durazzo).
Non avendo eredi, Giovanna di Durazzo adottò Alfonso V d'Aragona, ma
poi ci ripensò. Alfonso, invece, non rinunciò e assediò
Napoli.
Nel 1442 Alfonso V d’Aragona fa il suo ingresso a Napoli, è l’inizio
di una nuova era.
La prima cosa che farà il nuovo re sarà costruire
un segno del suo potere su quello che è il simbolo del vecchio potere.
Verrà, così, costruito l’Arco trionfale all’ingresso
del Maschio Angioino; esso darà gloria eterna al nuovo sovrano e sostituirà,
nel ricordo del popolo, i vecchi dominatori con i nuovi appena giunti.
L’Arco, a somiglianza di quanto facevano gli imperatori romani (siamo
all’inizio dell’Umanesimo e mai Roma antica è stata sentita
così vicina), mostra l’ingresso trionfale di re Alfonso nella città
di Napoli.
Non si conosce con certezza il nome dell’autore dell’Arco, tra i
nomi più accreditati c’è Luciano Laurana, il Pisanello,
Guglielmo da Majano e Pietro da Milano.
Alfonso fece ristrutturare il Castel Nuovo dall’architetto aragonese Guglielmo
Sagrera, che diede all’edificio l’aspetto che noi vediamo oggi.
Durante il regno aragonese vi sarà un periodo di pace e prosperità,
in cui artisti toscani, lombardi e catalani si trovarono ad operare insieme
con artisti locali. E’ fu molto proficuo lo scambio che avvenne tra gli
artisti locali e quelli stranieri, i quali importarono, spesso, a Napoli tecniche
e forme artistiche nuove.
Porta Capuana, la tomba del cardinale Brancaccio (unica opera napoletana di
Donatello), il palazzo di Diomede Carafa, sono solo alcuni degli esempi di architettura
napoletana in questo periodo.
Notevolissimo sarà anche lo sviluppo della cultura letteraria con la
nascita dell’Accademia pontaniana.
Nonostante tutto ciò, la dinastia aragonese non riuscì ad evitare
la sconfitta ad opera delle truppe francesi di Carlo VIII nel 1495. Successivamente,
con le lotte tra francesi e spagnoli per il dominio nell’Italia meridionale,
nel 1503 vi fu l’ingresso a Napoli di Consalvo di Cordova, che prese possesso
della città in nome del re di Spagna Ferdinando il Cattolico.
Il dominio vicereale spagnolo durò dal 1503 al 1707; in questi due secoli,
pur perdendo la sua indipendenza, la città, tra alti e bassi, conobbe
un periodo di grande espansione urbanistica: basti ricordare i Quartieri spagnoli
e la via Toledo, che prendono il loro nome, rispettivamente, dall’alloggiamento
delle truppe spagnole di stanza a Napoli e dal viceré don Pedro di Toledo,
che, nel promuovere un’espansione della città verso occidente,
fece costruire la grande via che ancora oggi porta il suo nome.
Altra grande opera realizzata in città fu il Palazzo Reale.
Costruito a partire dal 1600 , il progetto fu affidato all'architetto Domenico
Fontana.
Dopo una breve parentesi, dal 1707 al 1734, di dominio austriaco, compare sulla
scena Carlo III di Borbone.
Don Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V,
riportò Napoli al rango di capitale di un regno indipendente. Assunse
il nome di Carlo VII come re di Napoli, regnandovi fino al 1759, quando dovette
succedere al fratellastro Ferdinando VI sul trono di Spagna come Carlo III.
Nel 1759 successe a re Carlo sul trono di Napoli il figlio Ferdinando IV.
Durante il regno dei due sovrani, ma soprattutto durante il regno di Carlo,
furono sollecitate molte spinte innovatrici auspicate da pensatori illuministi.
Furono intaccate le prerogative feudali della chiesa e i beni di alcuni Ordini
religiosi furono incamerati dallo stato.
Dopo la breve esperienza della Repubblica Partenopea, nel 1799, si ebbe il periodo
della occupazione francese (1806-1815) con il regno assegnato a Giuseppe Bonaparte
e, successivamente, a Gioacchino Murat.
La restaurazione borbonica avvenne nel 1815, con il regno che, dal 1816, assumeva
la denominazione di Regno delle Due Sicilie.
Vanno ricordati, poi, i moti risorgimentali del 1820 e del 1848, ed, infine,
la conquista della città da parte di Garibaldi il 7 settembre 1860.
Con il plebiscito del 21 ottobre 1860 la città fu annessa al regno sabaudo.
Da quel momento la storia della città si fonde con quella del resto d’Italia.
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